caffeineandpizza

Programmer n.[proh-gram-er] an organism that turns caffeine and pizza into software

Tenere sempre in forma la mente

[MT]

Dopo aver tanto riflettuto, a fine anno 2019 ho deciso di andare in pensione con quota 100. Speravo, in questo modo, di poter realizzare, almeno in parte, quei sogni che per tanti anni, impegnata con il lavoro e con la famiglia, erano stati messi da parte in attesa di essere attuati.

Non ero a conoscenza che, subito dopo, sarebbe arrivata una epidemia che avrebbe stravolto la mia vita e quella di milioni di altre persone. Non avevo ancora organizzato la mia vita da pensionata, quando mi è stato detto, senza appello, che non sarei più potuta uscire da casa, ritrovandomi così, dentro le mura domestiche, senza l’impegno del lavoro durato per 41 anni e senza poter avere, almeno nel presente, nessun tipo di prospettiva.

Per motivi familiari, dopo il diploma, non avevo potuto continuare i miei studi universitari, ma l’idea di iscrivermi a Lettere e Filosofia non mi aveva mai abbandonata nel corso degli anni e, per ovvie ragioni, non potendo frequentare, ero stata sempre costretta a rimandare.

La pandemia, che ha avuto effetti disastrosi, in questo caso mi è venuta incontro e, ritrovandomi a casa, con una maggiore quantità di tempo disponibile, l’anno scorso mi sono iscritta all’università, ho potuto seguire le lezioni a distanza che mi hanno aiutato a dare cinque esami su sei del primo anno accademico, con risultati più che positivi raggiunti soprattutto grazie alla frequenza.

Avendo 64 anni, sarebbe auspicabile per me continuare a seguire le lezioni a distanza, se non dovesse essere confermata la DAD, avrei sicuramente problemi a recarmi tutti i giorni all’università per motivi personali e molto probabilmente non potrei coronare il sogno di laurearmi, vedendomi, con grande rammarico, costretta a rinunciare agli studi.

La DAD è stata la condizione che mi ha invogliato ad iscrivermi all’Università ed è stata sicuramente utile e di aiuto per raggiungere l’obiettivo che mi sono posta e, non ultimo, mi aiuta a mantenere in allenamento la mente, tenendola piacevolmente impegnata.

Realizzare il miraggio

[V.L]


Non si tratta di un racconto di gesta impressionanti ma… Sicuramente un racconto un po’ cinico”,

parafrasando un grande uomo del 900 e chiedendogli umilmente scusa, (perdonami Ernesto!) dedico due righe a chi ha tempo e voglia di leggerle.

Siamo alla fine di febbraio del 2020, ignaro scendo dall’aereo che mi riporta dal viaggio in Patagonia; chi avrebbe mai pensato che di li a poco si sarebbe scatenato un uragano da una portata così enorme quale quella del covid19.

Questo uragano si è portato dietro molte cose brutte, e fra le altre, il dover fare i conti con la solitudine e con l’isolamento; due cose che spesso portano a pensare. Penso alla mia vita. Sicuramente mi son dato da fare, ottenendo forse meno di quello che mi aspettavo, di quello che meritavo. Magari – chissà – avrei potuto impegnarmi di più? Quasi sicuramente!

A volte ho sbagliato, a volte ci ho preso; nonostante tutto avevo raggiunto un punto per il quale ero quasi soddisfatto di quello che ero riuscito a conquistare, pur nelle difficoltà, nell’ozio o nel caos di quella che era la mia vita. Eppure qualcosa mancava. Nel buco nero in cui ci aveva portato il covid19 dovevo riprendere quel qualcosa che mancava, una cosa mai tramontata e mai cestinata; si per me questa tragedia è stata una possibilità. E’ nella tragedia che ho avuto quel miraggio chiamato Università.

Però l’Università non è un miraggio. È aggregazione, è condivisione, e soprattutto è conoscenza, è Sapere; penso anche che il Sapere è realmente tale quando è fruibile dal maggior numero possibile di persone. Da studente/lavoratore, per esperienza personale, posso dire che La Sapienza mi sta dando tanto in termini di conoscenza; professori preparati, testi importanti, ma mi sta anche richiedendo un impegno non indifferente. Impegno che comunque non disdegno.

Tutto questo è stato possibile anche grazie alla cosiddetta DAD, senza la quale – forse -, avrei raggiunto una preparazione ed una conoscenza meno approfondita; la docenza renda l’apprendimento migliore, e questo non lo scopro io…

Credo anche che dovrebbe essere interesse di un insegnante essere ascoltato, seguito, compreso da più studenti possibili, e perché no, portare all’esame il maggior numero di frequentanti possibile. Sono certo che si possa arrivare ad un punto d’incontro che possa soddisfare tutti: studenti, professori, lavoratori e non, mamme, persone con difficoltà e così via.

Se l’Università è quello in cui ho sempre creduto, quello a cui ho sempre aspirato, quello che ho sempre ammirato… Forse è il momento storico per trovare quel punto, ed uscire da divisioni e incomprensioni che non fanno bene a nessuno!

E se quest’anno ci provassi?

[FN, 1133898]

La mia è una storia semplice. Nel mezzo del cammin’ ti guardi intorno per fare i primi bilanci. Una famiglia bella ed impegnativa, un lavoro interessante che con gli anni tende ad essere un po’ uguale a se stesso, le scarpe ormai definitivamente appese al chiodo e tanta voglia di qualcosa (oggi si dice un progetto) che mi metta alla prova ridandomi entusiasmo e passione. Nel cassetto da tanti anni (direi da quando ho iniziato a lavorare) c’è un desiderio o, meglio, la consapevolezza di una lacuna, consapevolezza che quando riemerge fa male. Te ne accorgi solo tu. La anestetizzi con qualche battuta. La ricacci indietro ogni volta dicendoti che ormai è tardi, che sarebbe stato bello fare altre scelte ma che quelle che hai fatto in fin dei conti ti hanno portato fin qui, che anche se non ti senti completo delle competenze ce le hai, che il sapere conta relativamente, che sono altri i valori su cui poggia la società in cui viviamo e che in fin dei conti, per non fare brutte figure con gli amici o i conoscenti, basta essere sufficientemente aggiornati su quel mix di cronaca, gossip e cultura da supplemento domenicale intorno al quale vertono il 90% delle conversazioni quotidiane.

Eppure ogni anno più o meno verso la fine delle vacanze estive ti sorprendi a pensare sempre alla stessa cosa. E se quest’anno ci provassi? Potrei iscrivermi e poi vedere come va. Certo frequentare sarebbe impossibile ma già avere un piano di studi, una matricola che ti immette in un percorso potrebbe attenuare quel senso di vuoto. Poi ogni anno i giorni passano, le perplessità aumentano, ti ripeti che sarebbe meglio iscriversi ad un circolo come tutti i tuoi amici, il lavoro ti distrae e ti ritrovi d’improvviso a dire “sarà per l’anno prossimo”. Ma il destino, come spesso succede, ha altri progetti. Capita così di trovarsi all’improvviso, inaspettatamente, nel bel mezzo di quello che probabilmente sarà il principale cambiamento delle nostre vite. A casa, isolato dal mondo, certi pensieri riaffiorano continuamente. Intuiamo tutti che quando finirà le cose non saranno più come prima qualunque cosa questo voglia dire. Che nella sua drammaticità quello che sta succedendo può essere l’occasione per far ciò che prima era impensabile. In pochi giorni la nostra vita lavorativa e sociale si sposta su Zoom, Meet e Teams.

“DAD” diventa un acronimo di uso comune in Tv e nelle conversazioni fra genitori. Mi sorprendo a vedere mio figlio di 5 anni che fa due ore di logopedia al giorno collegato dal pc con la sua insegnante senza tradire stanchezza ed avvisandomi quando si interrompe il collegamento e bisogna riavviare. E’ di nuovo settembre e quella vocina si fa via via più forte. Adesso potresti seguire le lezioni da remoto. Organizzandoti bene non dovresti sottrarre tempo né al lavoro né alla famiglia. Il pc sarebbe quel diaframma di cui senti il bisogno per non sentirti troppo adulto in un mondo di ragazzi. Potresti approfittare anche del fatto che la prova di ammissione è rinviata e condizionata al non dare neanche una materia nel primo semestre. Passano i giorni e senti che è veramente l’ultima occasione. E così una sera ti decidi. A tavola chiedi consiglio a tua moglie che ti incoraggia. Sai che di iscriverti al circolo non hai nessuna voglia e che anche se magari sarà un altro fallimento già il compiere quel primo passo ti darà gioia e soddisfazione.

E così inizi. All’inizio è un po’ dura ma ringrazi la tecnologia perché poter seguire le lezioni è una gioia che non sospettavi di poter provare. Preparare il quaderno degli appunti. Roma… Lezione n…. Scopri che scrivere velocemente per non perdere nulla, sottolineare i passaggi rilevanti, ripassare con l’inchiostro le parole chiave (Buffetti ha finito le Pilot G-2 0.7 nere! Adesso come faccio??) e alla fine riguardare tutto ed ascoltare il rumore delle pagine, osservare gli sbuffi di inchiostro e le sue tracce sulle mani ti dà un piacere quasi erotico (si può dire?). Piano piano, fra i volti dei colleghi che seguono come te da remoto scorgi qualche ruga, un po’ di capelli bianchi, qualche stempiatura. Ti soffermi sui nomi, qualcuno lo googli e scopri che insieme a te, come te, ci sono artisti, architetti in pensione, scrittori, adulti che lavorano e che insomma non sei solo.

Si incomincia rompere qualche diaframma. Ti sorprendi a ridere delle batture che i più giovani fanno in chat. Ti sorprendi a leggere le mille chat del corso. Impari a conoscere il linguaggio dei tuoi colleghi juniores e vedi che hanno un atteggiamento tutt’altro che escludente verso voi seniores. Intanto ti sei dato un obiettivo: provo a superare due esami nel primo semestre e se non riesco mollo. Incredibilmente funziona. Poi altri due, poi altri due e scopri di aver concluso il primo anno con un profitto insperato. Molte barriere le hai abbattute. Vai ormai sereno agli esami trovando quei volti di ragazzi che ricordi in chat e che non si ricordano del tuo o magari, vedendo che hai il doppio dei loro anni, provano un po’ di timidezza.

Intanto fuori le cose per fortuna migliorano. Sembra si possa tornare ad una vita quasi normale. Abbiamo tutti voglia di dimenticare questi lunghi mesi di paura e ritrovare le nostre abitudini, rivedere gli amici, organizzare un viaggio. E quindi si ritorna in presenza. Sai che è una buona cosa. Che è segno che c’è la luce alla fine del tunnel. Che è giusto così perché l’Università è un luogo fisico, non virtuale, dove la gente si riunisce per imparare e per vivere. Sai che non avrai più la gioia degli appunti, di poter conoscere professori intelligenti e capaci di trasmettere un amore enorme ed invidiabile per quello che insegnano e per il lavoro che, fra mille difficoltà, fanno.

Un po’ ti rassegni dicendoti che proverai a continuare e si vedrà. Poi nelle chat se ne incomincia a discutere. Scopri che se per te la DAD è stata la molla che ti ha spinto ad inseguire un sogno ed una passione, per tanti altri è l’unico modo di conciliare una carriera universitaria che vogliono onorare con i mille problemi della vita quotidiana. Il lavoro per sostenersi agli studi, una famiglia da aiutare, i tanti chilometri che separano casa dalla facoltà. Un po’ ti incavoli quando ti dicono che c’è l’università telematica. Pensi che se avessi voluto fare un’università telematica ti saresti iscritto ad uno dei mille inutili corsi di specializzazione e perfezionamento che ogni giorno ti pubblicizzano via mail o LinkedIn e che magari ti avrebbe pagato la tua azienda. Tu, e quelli come te e tutti quelli che hanno difficoltà a frequentare vogliono andare all’Università. Pensi che se questa parola ha un senso e se questo senso è l’alta formazione, l’università telematica è una specie di ghetto che ritieni di non meritare. E così, su invito di un tuo collega che hai imparato a conoscere (a distanza) in questi mesi, scrivi tutto questo. A che servirà non lo sai. Forse l’idea non avrà successo o comunque non riuscirà a far cambiare decisioni ormai prese. Però pensi che le nostre “storie di vita” possano essere utili a far sentire la voce di una parte non piccola di studenti che non è figlia di un Dio minore e che vuol dire a tutti che se anche non ci vedete ogni giorno fra i banchi o nei corridoi ci siamo anche noi.

La radiolina

[Anonimo]

Il buio non è d’impedimento se la volontà propria è quella, fortissima, di sentire. Ma vorrei evitare di tornare a chiudere gli occhi.

Io non ho storie edificanti da raccontare. Non ho percorso il mio redemption arc, perché non ho nulla da redimere. La mia storia è frutto di banali errori di gioventù che – altrettanto banalmente – mi hanno allontanato da qualcosa che desideravo. Invecchiando si ridefinisce il concetto di desiderio ma, ecco, sono sicuro che vivere vicino alla fonte accademica è stato, per me, un sogno primigenio e – ad oggi – incorrotto. Una di quelle cose che i ricchi eccentrici ottengono in tarda età e che li trasformano per un attimo, riportandoli nelle sfere del tenero.

Desideri come il mio mantengono i colori dell’integro anche se a coltivarli è un multimilionario avvizzito, filantropo per convenienza ed antipatico per ruolo. Figuriamoci, poi,  se l’idea di una brillante carriera accademica, costellata di traguardi altruistici (e magari con una spolverate di Nobel a velo, qua e la) è accarezzata da un povero spiantato, proletario ed imbolsito ometto come me. Insomma, parlo del classico sogno nel cassetto. In perfetto stile. Canonico. Come il Signore comanda.

Il cassetto si è però riempito di vicende, scossoni, delusioni ed avventure, al punto che la mia carriera universitaria è finita in fondo, al buio, nell’angolino più irraggiungibile del mio tiretto.

Non ho nulla da recriminare. Ho fatto le mie scelte, ed i miei errori ne sono conseguenza. Ogni volta che penso alle occasioni sprecate mi sovviene l’elenco di minchiate fatte, di lo faccio poi, di va bene, tanto recupero

Poi però arriva il giorno del tuo quarantesimo compleanno, e via. Per fare spazio ai regali (molti, e graditi) spingi la roba verso il fondo del cassetto, ci cacci dentro l’ennesimo pullover – chi non ha una zia fissata coi pullover? -, lo chiudi, e ti ritrovi lì, a fissare il mobile certo di aver dimenticato qualcosa. Ma cosa?

Fai spallucce. Hai una vita decente, tutto sommato. Ti manca un pezzetto, ma di pezzetti ne mancano tanti a tutti. Non c’è nulla di speciale in questa sensazione. Te la tieni perché il cassetto è quasi pieno, ormai, e dopo tutto non hai troppa voglia di andare a riordinare il contenuto. Non sai dove metterla, quella sensazione, e te la infili in tasca, fra le chiavi e gli ultimi cazzi da smazzare a lavoro.

Eppure, ogni tanto, quando rovisti in saccoccia, durante le pause caffè, la senti di nuovo. Non so come descriverla. È buia, e vuota, ma c’è. Ti rendi conto che è più ingombrante di quanto ti piaccia pensare, e che fra le tante cose che sono in grado di metterti nel sacco, questa è una di quelle più difficili da gestire. In sostanza, in tasca, ti ci ha messo lei. Però che vogliamo farci? Non sono Jeff Bezos. Non sono ricco, e non basta essere eccentrici per ottenere una seconda opportunità.

Poi però il buio monta per tutti. Le pause caffè si fanno torve, e non è solo quel pezzetto in tasca. Ci si guarda cupi, fra colleghi. A quanto pare è arrivato un nemico, che sta per cambiarci tutti.

Il nemico non ha pietà. Romba dal cielo scuro come una valanga dai monti, e ci avvolge, senza distinzioni o cure. Ci isola, ci attacca. Si rischia di morire, qui! Di morire senza fiato, o di morire – più probabilmente – senza luce.

Ed infatti, arriva il buio, che monta per tutti. Solo che questo buio ha trasformato tutti in io. Ci ha posti in trincee solitarie. Tu lo sai che il fronte è gigante, ma cazzo!, qui sono da solo, è buio, non ricordo bene come si innesta la baionetta e non posso arretrare. Forse varrebbe la pena farsi impallinare, più che morire di disperazione in questo buco.

Poi, mentre cerchi di capire da che parte sei girato, rovisti in tasca. Stai cercando vecchie fotografie, forse. Una la trovi, in effetti. Trovi la foto di tua madre che piange il giorno in cui sei partito, e dietro c’è scritto quello che avresti voluto dirle dai finestrini del treno: tranquilla mà, torno presto, e sarai fiera di me

Poi, però, non sei tornato ed anzi, sei finito in un buco di culo, durante una strana guerra, triste e solo. Dovrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. La disperazione più nera che fa debordare la brocca. La sottile cordicella che ti tiene insieme e che si spezza.

E invece no. Scopri che quella fotografia ha gli stessi contorni del pezzetto brutto che tenevi nella stessa tasca dalla quale l’hai tirata fuori. Prendi le due cose, le sovrapponi, ed accade un piccolo miracolo. Ti ricordi che sei ancora vivo, anche se il posto in cui sei finito – lo ripeto, per essere chiaro, sapete… – è brutto brutto.

Diamine, c’è ancora una radiolina nel fosso in cui ti hanno cacciato. Un vecchio aggeggio male in arnese. Tutto manopoline e ruggine. Vediamo cosa dice il comando, se esiste ancora un comando. Perché non c’ho pensato prima? Vabbè, forse manco m’ero accorto che ci fosse. Non stiamo a sottilizzare…

Czzhhshsh… Cshshshshshss…

…asso. Qui com… Cshshszzszshhh… …Rispondete…

CAZZAROLA! C’è ancora qualcuno. Qualcuno che possa quantomeno tenermi compagnia. Qualcuno che possa darmi una mano. Ed infatti, dal comando, arrivano precise istruzioni. Bollettini da pagare, orari da rispettare, programmi da onorare. Non possiamo conquistare Stoccolma, ma che vadano all’inferno la Scandinavia ed i suoi premi. Ci accontenteremo di avanzare qualche metro, dignitosamente.

E così, eccoci qui. Ho riaperto il cassetto. Il Nobel è troppo grosso da tiare fuori. È incastrato lì in fondo. Però, grazie a Radio Tardoni (DaD è un acronimo troppo freddo), ho strappato qualche brandello dal sogno in fondo al cassetto, ed ora lo sto ricomponendo. Qualche metro, dignitosamente.

Serve forza, una forza che non ricordavo di avere. Una forza impossibile da recuperare senza quelle voci – distanti, ma vicine – che escono dalle scatoline magiche con gli schermi colorati e tutti quei tastini e che a me ricordano le radio da trincea.

Grazie a quelle trasmissioni sto avanzando, dignitosamente, metro dopo metro. Non è obbligatorio avanzare. Non ho ricevuto ordini precisi, ma mi piace farlo. Ormai so che si può. Certo, nisba Nobel – cioè, almeno credo – , ma sta cosa si può comunque fare. Anche senza essere Richard Branson sul suo aerospazioplano da milionari del cazzo. Insomma, pochi metri, con dignità.

Dirò di più. Secondo me, ora che so che posso farlo, potrei anche fare a meno della DaD. Però sarebbe tutto più duro. Estremamente più duro. Sarei distante, più distante. Più solo. Più disorientato. Al buio.

La volontà di riempire quel pezzetto con le toppe ai miei errori c’è. È fortissima. Ma vorrei evitare di richiudere gli occhi, se posso. Vorrei che non mi venisse tolta la lucina che ho trovato, insperatamente, in fondo alla mia tasca, mentre ero steso in un buchetto fangoso ad aspettare chissà cosa.

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Letteratura Italiana, prima prova

Bisognerà svolgere una relazione di 5 pagine sul contenuto di uno dei seminari tenuti nelle date del 18 (da Gasperis) e del 19/10/2021 (di Muccio).

Il termine per presentare la relazione è il 20/11 (circa)

La prova è FA COL TA TI VA

Il consiglio è arrivare alla lezione avendo ascoltato/letto:


Per il seminario del 18/10

Testi utilizzati


Per il seminario del 19/10

– G. Deledda: La regina delle tenebre
– Natalia Ginzburg: Lui ed io

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